E quindi uscimmo a riveder le stelle

Tenere lo sguardo alto. È l’antidoto alle selve oscure e alle vie smarrite, agli esili immeritati del mondo, all’insolenza dei potenti e alla dittatura dei bruti, alla paura che avvelena la vita. Ce lo ricorda Dante, che si assume il compito del vero poeta: mostrare nella bellezza una via d’uscita dall’inferno. Dal cunicolo della natural burella, mediante la guida di Virgilio – perché di maestri e guide che facciano del sapere una scuola di libertà non possiamo fare a meno s’intravvede il mondo chiaro. Un sospiro di sollievo. Sursum corda, ecco le stelle.

È stata la discesa negli abissi, primo passo di ogni viaggio iniziatico, a preparare quella celeste rivelazione. Come un sorgere di galassie nella materia oscura dell’universo, il mistico pellegrino incomincia la sua elevazione. L’Alighieri mercuriale, Dantes Aligerus che nel cognome reca impresse le ali dello psicagogo, si slancerà di volo in volo dal Purgatorio al Paradiso. Corpo vivo che risale il settenario planetario, spingendosi più in alto di tutti. Oltre le distese siderali del sogno di Scipione, oltre l’ottava sfera di Boezio, superando il primo mobile per sconfinare nell’Empireo.

Nel poema del cielo e della terra, del sensibile e del metafisico, Dante giunge fino al cospetto di Dio. È la visione della Trinità, che reca in seno l’effigie dell’umano. Nel Figlio disceso nella carne sta tutta la dignità della creatura. Vocazione a indiarsi! E in quel punto ineffabile, folgorati dall’amor che move il sole e le altre stelle, volere e desiderio del poeta ruotano secondo la perfetta traiettoria delle sfere. Desiderio, per l’appunto: mai spegnere nei cieli dell’anima questo struggimento per gli astri. Ma si accendano, sempre, costellazioni e miriadi di soli. Sboccino come corolle notturne, come le rose di luce sulle volte di Galla Placidia, a Ravenna, dove il padre della nostra lingua riposa da sette secoli.

Gabriele Verratti

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